Tabula rasa.
La chiusura dell’episodio è uno dei brani che amo molto. La morte dello sceriffo è un evento catartico che pare far prendere realmente coscienza della situazione e aprire la strada alla costruzione di una sorta di solidarietà meccanica. Jack e Kate si confrontano per la prima volta con la verità: “I want to tell you what I did”, dice Kate, ma Jack ancora amareggiato per aver dovuto tradire il giuramento di Ippocrate risponde che non vuole sapere. “Three days ago, we all died”, “…we should all be able to start over”… Un piccolo intermezzo di imbarazzo reciproco e poi la musica. Hurley sta ascoltando un CD e svuota la scarpa, la musica è dolce e tutto sembra ricomporsi, … rinascere, Lost sta iniziando, lo spettatore straniato viene travolto da un’onda emotiva che lo risucchia in una dolce culla, uno stato meraviglioso di riconciliazione, le spigolose avversità si allentano per un momento e trionfa la dolcezza dei fatti semplici: Jin accarezza il volto di Sun; Boone regala un paio di occhiali “fashion” a Shannon; Sayd lancia un mango a Sawyer; Charlie cambia “Fate” in “Late”; Claire si accarezza il pancione; Michael riporta a Vincent a Walt e c’è il primo scambio che sottende un’intesa tra padre e figlio. La camera si muove e si rivolge a Locke, prima di spalle poi ruota attorno al viso, come avrebbe fatto Sergio Leone e il primo piano di un volto sfigurato coincide con la dissolvenza del brano musicale e l’ammonizione: lo straniamento ricomincia!
…Lost
Walkabout.
Secondo occhio che si apre dopo quello di Jack, o sbaglio? Si tratta di Locke, l’occhio si apre e comincia la storia, inizia la vita: una nuova “finestra” si apre nello spazio narrativo, un nuovo universo comincia a delinearsi. Ora tocca a Locke! La sua vita mediocre, da “buon uomo” che cerca una via, un nuovo orizzonte per evolvere e cambiare. Le sue frustrazioni compensate con una vita parallela, fantastica. L’aspirazione per il walkabout e la frustrazione della paraplegia. Il momento più toccante: la cerimonia, fatta di semplici informazioni: passaporti, scontrini di noleggio di film, informazioni sparse, …frammenti. Il momento più inquietante, lo ricordo, per come l’ho vissuto la prima volta: “Come fa quell’uomo paraplegico ad alzarsi sulle sue gambe, tremante e incredulo. Attorno a lui il disastro, la tragedia della morte e lui torna a camminare come un miracolato”. Mi è venuta in mente la Peste di Albert Camus. In un passo, Bernard Rieux, il medico, si chiede come sia possibile che la malattia, a volte, risparmi i più deboli e prenda quelli in salute (l’assurdo). C’è tutto quello sgomento nell’atto di Locke. E’ sconvolto, qualcosa che supera la sua capacità intellettuale lo sta travolgendo, comincia la sua epica: è “redivivo” per la prima volta! Un flash, come per Jack, e superato lo stordimento, attonito, si rende conto di ciò che ha attorno: quel luogo o chi sa cos’altro gli ha restituito, in sol colpo, la motilità e …forse anche il walkabout perduto.
…Lost
White Rabbit.
Di nuovo l’occhio di Jack, ma è un bambino - flash back - si apre il dilemma: può Jack sentirsi leader? Il padre saturniano (quanto mi piace questa definizione sintetica, grazie melusina!) lo sconsiglia caldamente; vuole proteggerlo dalle delusioni ulceranti della vita e mentre lo “protegge”, lo divora, tentando di castrarlo (in senso metaforico, ovviamente, …un po’ troppo freudiano, eh?). Si sveglia dal “dream-back” e fallisce insistendo per salvare la persona sbagliata, lasciando morire la vera vittima. “There’s someone else still out there”. Altro che sensi di colpa! Gli Autori mettono un macigno sulle spalle di Jack, che nemmeno Sisifo potrebbe sopportare, proprio quel Sisifo che secondo Camus è felice solo quando vede il masso rotolare dalla collina su cui è eternamente condannato a sospingerlo (metafora dell’esistenza umana). Però funziona, perché riesce a portarci nell’universo colpevole di Jack, apre, in modo magistrale, le porte della complessità del personaggio, consente di sbirciare, in modo crudele, nella sua intimità. In particolare ci racconta qualcosa sul rapporto con il padre saturniano e sul suo rapporto colpevole con se stesso, qualcosa sul suo dialogo interiore: “Jack, you tried” dice Kate “No, I didn’t” risponde Jack. “I didn’t try”, “I decided not to go after her” …e lui compare, algido, immobile tra i flutti, col suo vestito funerario. Un vero incubo! Devo ammettere che qui ho avuto un vero soprassalto emotivo, mi sono reso conto, per la prima volta, che Lost aveva un passo superiore, più alto. Quanto stavo osservando, sfidava la logica, la fisica, persino la metafisica e mi stava trascinando in un mondo da cui non mi sarei più liberato. Per passare a cose più amene, la parte dell’episodio che ho molto apprezzato è quella tutta femminile di Kate e Claire che cominciano a conoscersi selezionando il vestiario: è dolcissima! Pare di aprire una porta preclusa a noi maschietti. Un’intimità femminile che ho ritrovato solo in un film come “Caramel” uno spendido affresco femminile ambientato in Libano (se non erro). Credo che sia il momento in cui Kate e Claire si uniscono, il prodromo del parto di Aaron. Tutto comincia con una spazzola per capelli ma poi assumerà un valore molto più profondo. E poi, è bello scoprire, durante la selezione di abiti “pratici” e “non pratici”, che Kate è una gemelli, ci sta, …si, …ci sta! “Restless. Passionate.” Altro momento toccante: Charlie e Hugo che insistono con Jack, chiedendogli di rispondere alla loro ansia di avere un leader e per Jack si apre il dilemma. Boone insiste, in modo infantile, chiedendo una spiegazione, ma la “presenza” è ancora la’, immobile, con le braccia lungo i fianchi, e lo invita, …lo invita a seguirla. E comincia il percorso di trasformazione, che renderà Jack un leader. Riesce quasi a toccarlo, una prova di esistenza, ma quando la figura del padre si volta e lo guarda, si paralizza per il terrore: lui ha visto quell’uomo in un sacco per cadaveri in un obitorio di Sidney! Ma la sua colpa, per aver favorito la morte del padre (un passo che ancora mi riporta a Freud), anche se naturale o ammissibile è sconvolgente e lo trascina in un “viaggio” di trasmutazione da cui Jack risorgerà come leader, ma costituirà anche l’inizio della frantumazione delle sue certezze, quanto, insomma, lo porterà ad essere, contro la sua natura, un uomo di fede. Paradossalmente Jack è condannato a tradire se stesso, ad ammettere, in ultima analisi, che le sue certezze si sono sgretolate di fronte ad un evidenza empirica che lo intrappolerà. Quindi è proprio la sua natura di scienziato che lo porta in trappola: l’evidenza materica (anche se solo apparente) è incontestabile e lui, col tempo, cambierà sino a divenire “un fedele”. Sono le “prove” che lo allontaneranno dalla sua natura e questa è solo la prima esperienza concreta, almeno a livello percettivo. Chi lo salva da una morte quasi certa? Locke, il suo alter ego, il miracolato, colui che non si pone domande razionali e trova risposte irrazionali, non meno significative di quelle scientifiche, ma legate ad una conoscenza ancestrale, quasi sciamanica. Locke ha fiducia nel senso delle cose del mondo, Jack, vive pensando e cercando razionalmente di spiegare il senso del suo essere nel mondo. Appena salvato dal baratro, John si accascia e si riposa, Jack scoppia a ridere, un motto di spirito, un sobbalzo dell’inconscio, che gli permette di rispondere con il cinismo a quanto è appena accaduto. Intanto, al campo, la crisi cresce e manca l’acqua. Tutto rafforza la necessità di qualcuno che sappia trarre i più dall’impaccio in cui si trovano. Sul braccio di Charlie trionfa il motto tatuato: “Living is easy with eyes closed.” È incredibile la quantità di informazioni pertinenti e coerenti che vengono presentate con apparente leggerezza! Il dialogo tra Jack e Locke è superbo. Jack asserisce che sta impazzendo e Locke gli risponde, con grande profondità, che le persone che impazziscono, sono convinte di essere sane. Splendido! L’uomo “della strada” offre un grande insegnamento ad un intellettuale, lo supera con la sua disarmante normalità. Le parole di John: “I’m an ordinary man, Jack. Meat and potatoes. I live in the real world. Not a big believer in …magic. But this place… is different. It’s special. The others don’t want to talk about it because it scares them. But we all know it. We all feel it. Is your White Rabbit a hallucination? Probably. But… what if everything that happened here, happened for a reason? What if this person that you’re chasing is really here? …I’ve looked into the eye of this island. And what I saw… was beautiful.” Lo sguardo di Jack dopo queste parole è semplicemente sconcertante, sta lentamente scivolando nella tana del bianconiglio! Che meraviglia! Le ultime parole di Locke gli spiegano semplicemente che un leader non può guidare nessuno se non sa dove sta andando. Jack cade nel tunnel del bianconiglio e attende e presto “la via” sarà chiara, ma non priva di ostacoli. Lo porterà ad accettare il suo ruolo e a pronunciare il manifesto della loro condizione, la loro “dichiarazione di indipendenza” rispetto alle ostilità del nuovo mondo che li circonda, che si riassume nel concetto di vivere insieme per non morire soli. Un motto credibile che fonderà il principio costituente della loro comunità di intenti .
“Because I need it to be done.”
“I need it to be over.”
“I just… I need to bury my father.”
“…every man for himself is not gonna work.”
“…but if we can’t leave together…”
“…we’re gonna die alone.”
…Lost
Deep...